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LEGIONE Articolo del CORRIERE DELLA SERA di NAVA MASSIMO

FOCUS I professionisti delle guerre

La Legione è più straniera

I volontari sono soprattutto reduci 7 su 10 arrivano da 140 Paesi diversi

 

DAL NOSTRO INVIATO MARSIGLIA - Che cos’ hanno in comune Curzio Malaparte, Cole Porter, Pierre I (il re della Serbia), Giuseppe Bottai e Lazare Ponticelli, centoundici anni, soldato italiano e ultimo sopravvissuto della Prima Guerra Mondiale? Lo si scopre nel piccolo museo di Aubagne (Marsiglia), quartiere generale della Legione Straniera. I loro nomi spiccano fra cimeli, bandiere, divise e ricordi dei trentacinquemila caduti sui campi di battaglia, da quando il re Luigi Filippo istituì nel 1831 questa armata speciale che raccoglieva volontari da tutto il mondo pronti a combattere per la Francia. Scrittori, nobili, sognatori, avventurieri, avanzi di galera, disoccupati, immigrati e agitatori. E’ passato di tutto sotto queste insegne, rinnovando la leggenda e scrivendo pagine gloriose, e altre meno nobili: dalla guerra coloniale in Algeria all’ inutile e gigantesco sacrificio in Indocina (undicimila morti) fino alle campagne militari dell’ epoca moderna, dalla Bosnia al Kosovo, dall’ Africa al Libano. 143 legionari sono caduti per il nostro Risorgimento, nella battaglia di Magenta. Anche il padre del presidente della Repubblica, Pal Sarkozy, profugo ungherese, volle arruolarsi. La leggenda resiste, come la suggestione di cambiare vita, dire addio al passato con un taglio netto, soprattutto se per qualcuno il passato è meglio cancellarlo. Al centro di reclutamento, dopo la prima selezione, il futuro legionario cambia identità, per i primi cinque anni non può sposarsi, avere un conto corrente, guidare un’ automobile, indossare abiti borghesi. I volontari francesi cambiano anche la nazionalità, diventando «stranieri» con una finta provenienza da Paesi francofoni. L’ addestramento è rigoroso, selettivo, perché la Legione è un reggimento combattente, destinato ad andare in prima linea per le missioni più complicate e rischiose, preparato ai conflitti asimmetrici (esempio operazioni antiterrorismo o antiguerriglia in Afghanistan e Libano), oppure impiegato in situazioni di emergenza, catastrofi naturali e inondazioni. «La gloria è francese, il sangue è degli altri. E’ stato questo il principio all’ origine del reggimento», ricorda l’ ufficiale comandante, il colonnello Pau. Ma i conflitti della nostra epoca e i rivolgimenti sociali del pianeta hanno cambiato anche la Legione. Più che avventura, la Legione è una variante del soldato professionista. La provenienza dei legionari sembra scritta dai conflitti e dai reduci (marines, ex soldati dell’ Armata Rossa, parà della spedizione inglese alle Falkland) che vogliono continuare a vivere in un ambiente militare o dal grado di sviluppo del Paese d’ origine. A sognare il kepi bianco, simbolo della Legione, sono in maggioranza volontari slavi, russi, kazaki, ucraini. Poi ci sono cinesi, giapponesi, brasiliani e persino iracheni. Gente che ha già combattuto da qualche parte o che è fuggita dalla miseria. Per molti, il sogno è anche un passaporto francese, che si ottiene dopo almeno tre anni di servizio. Dopo le perdite subite dalla Legione in Bosnia, la nazionalità si ottiene anche per legge, se si viene feriti in missione. «Siamo il termometro della situazione del mondo», commenta un ufficiale. La pattuglia degli europei si è assottigliata. E anche gli italiani sono meno numerosi che in passato, ma continuano ad affluire. Al centro di reclutamento la selezione è durissima: una settimana di esame generale, prove fisiche e di concetto, apprendimento dell’ unica lingua consentita, il francese. Se si è accettati, si passa al centro di addestramento di Castelnaudary (Tolosa), dove i candidati imparano a vivere insieme in condizioni difficili (ma oggi le casematte sono riscaldate e dotate di acqua calda) e a fare il soldato in trincea. Diserzioni, abbandoni, rinunce, scarti sono ancora possibili, ma ogni anno un migliaio di legionari entra nel reggimento e sostituisce quelli che vanno in pensione. Spirito di corpo, disciplina ferrea, solidarietà e eguaglianza sono valori assoluti, inculcati dal primo giorno. Abolite lingue, razze, religioni, abitudini alimentari. I motivi dell’ abbandono in qualche caso fanno sorridere, ma spiegano il cambio di vita necessario: «Non fa per me perché ci sono troppi stranieri», «perché non posso usare il cellulare», «perché sono omosessuale», «perché non si parla la mia lingua». Un prete ortodosso rinunciò per non tagliarsi barba e chioma fluenti. «A tutti ripetiamo che sono liberi di andarsene quando vogliono», spiega il capitano Buffet. «Non siamo una fabbrica di Rambo. L’ esercito francese è costituito da professionisti e la Legione è stata integrata nel sistema, sia pure con compiti specifici. Oggi i controlli sul passato giudiziario sono al tempo stesso più facili da fare e più rigorosi. Soltanto l’ uno per cento viene scartato per motivi giudiziari», spiega l’ ufficiale responsabile della selezione, il colonnello Cuvillier. Il fascino della Legione si può riassumere in queste cifre annuali: un milione di visite sul sito internet, 6.000 giovani che raggiungono a proprie spese i centri di reclutamento in Francia, 4.000 ammessi alla selezione, 1.000 arruolati. Sono stranieri oltre il 70 per cento dei 7.669 legionari in servizio. Centoquaranta le nazionalità rappresentate. Gli ufficiali sono «più francesi» degli altri, nel senso che i comandanti sono nati nell’ Esagono ed escono dai quadri dell’ esercito. Gli stranieri possono salire nella gerarchia, ma fino a un certo punto. Molti generali provengono dall’ Armée, come il generale Yves de Kermabon, ex legionario chiamato a guidare la missione civile europea in Kosovo. Molti non riescono a staccarsi nemmeno a fine servizio. Invalidi e pensionati possono continuare a vivere insieme alla «Maison de retraite» di Puyloubier (Aix-en-Provence). Producono il «vino del legionario», giocano a carte e cantano insieme «le Boudin», l’ inno del reggimento. Massimo Nava

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